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Gruppi di gioco

I protagonisti de Il Crepuscolo degli Dèi si possono riunire in tre gruppi principali:

Gli ultimi Brumiani – I Fieri e i fuggiaschi

I Barbari – Gli indomabili guerrieri 

Mistici Pitti – I custodi della saggezza

La guerra tra nuovi e vecchi Dèi è ormai persa, e gli ultimi seguaci delle antiche vie si radunano per far fronte a questa verità. Il sentimento di rivalsa sarà abbastanza forte da unirli o le faide di sangue che li dividono esigeranno il loro macabro tributo, in obbedienze a quelle stesse antiche leggi che gli eroi hanno deciso di proteggere?

 

GLI ULTIMI BRUMIANI

Le ultime famiglie nobiliari che ancora non vogliono piegarsi alla Tetrade e al Re. Piuttosto l’esilio. I fieri guerrieri Brumiani nascondono il peso della bruciante sconfitta con il desiderio di rivalsa, ma molti di loro sono ormai disillusi e si limitano a fuggire verso Altabrina per paura.  Per motivi diversi, tre famiglie divise da secoli di odio prendono la via del Nord, nella speranza di potersi opporre a un crudele destino di rovina.

Gli ambiziosi Alanera

“Uomo ambizioso, uomo crudele”

Da sempre i riottosi Alanera si oppongono al dominio dei principi D’Urso, desiderosi di strappare loro il trono di Castelbruma. Ora che i suoi avversari sono in disgrazia, il Duca Clodoveo Alanera sembra disposto a tutto pur di consegnare alla sua stirpe ciò che ha sempre desiderato. Si dice che quando l’Arcivescovo Clotario stava cingendo d’assedio Corvia, il Duca diede alle fiamme la sua stessa città, bruciando con essa gli invasori e quanti fra i suoi avevano scelto di arrendersi. Ora Clodoveo, a capo di una tetra colonna, marcia verso Nord, determinato a prendersi ciò che ha sempre agognato. Con lui c’è la sua sposa, Crimilde del Lupo, una fanciulla strappata anni fa al suo Clan, e un seguito di guerrieri determinati, fra cui i famigerati cavalieri Tagliavia, cacciatori che secondo le leggende conoscono i più oscuri segreti della Bruma.

Gli esuli D’Urso

“Non si è perduto niente quando ci resta l'onore.”

Il sangue dei D’Urso ha dominato con pugno di ferro le terre di Castelbruma fin dall’epoca in cui nacquero saghe e canzoni. Per tornare alla gloria di un tempo, quando la sua famiglia non doveva piegare il ginocchio di fronte a nessuno, il Principe Alarico D’Urso si ribellò a Edoardo dei Castamanti, Re delle Terre Spezzate. Ma quella guerra è ormai persa. Il principe è stato ucciso e sulla rocca di Castelbruma sventola lo stendardo dell’Arcivescovo Clotario, lo spietato vassallo del Re, i cui assassini e armigeri si sono assicurati che nulla restasse della stirpe di Alarico. Di quella che un tempo era la gloriosa dinastia dei D’Urso ora sopravvivono in pochi, solo il principe Childerico, suo fratello Meroveo e sua sorella Astride. I tre si sono avventurati in una pericolosa fuga verso Nord, accompagnati da quanti sono ancora fedeli, come gli integerrimi Portarovo, seguaci dell’antico codice d’onore che fu dei cavalieri. Quale destino attende gli ultimi principi di Castelbruma? Sapranno far valere i diritti del loro sangue e rendere gloria al nome che portano? 

I feroci bruti Orsieri

“Sulla terra non resta che far torto o patirlo, perché una forza feroce governa il mondo”

Nelle grandi saghe, nelle canzoni, nelle leggende nate in un regno perduto oltre il mare, ci sono sempre famiglie ai margini della storia, come se fossero in attesa del loro momento di gloria. La stirpe degli Orsieri è una di queste. Dinastia di Bruti feroci e orgogliosi, da innumerevoli inverni essi dominano le aspre montagne che circondano Roccaferrata, senza che il loro nome sia ricordato dai cantori o scritto nelle cronache dei frati. Ora tutto è cambiato. Dopo che suo marito, conosciuto per la sua crudeltà, morì in circostanze misteriose, la duchessa Ildegarda Orsieri ha atteso paziente che arrivasse anche per la sua casata il giorno del riscatto. Si dice che i Bruti non siano fedeli a nulla, né al Re né agli Spiriti e si mormora che i Bruti della famiglia Orsieri custodiscano un oscuro segreto. Forse è per questo che le schiere di Ildegarda incedono cupe, intonando canti di sangue e battaglia mentre si dirigono verso Nord. L’astuta signora degli Orsieri ha al suo fianco guerrieri dalla ferocia leggendaria, guidati da Orlando Mandimartello e da Alboino Nerabruma, detto il Cavaliere Nero. Ma cosa troveranno questi Bruti nelle foreste sacre a quegli spiriti che temono senza rispettare? Sono possibili la gloria e la redenzione senza la morte? O forse tutte le voci si sbagliano e gli Orsieri non cercano altro che battaglia e bottino?

I convertiti Portalupo

“Fare il proprio dovere val meglio dell'eroismo. “

Un tempo i Portalupo erano i primi fra i vassalli del Principe Alarico D’Urso, famosi per possedere fedeltà e onore senza eguali, difensori di Montecastello e nemici giurati dei ribelli Alanera. Ma ora il Principe è morto e tutto sembra essere cambiato. I Portalupo furono i primi a piegare il ginocchio a Re Edoardo e all’Arcivescovo Clotario e ad abbracciare la fede nella Tetrade. Questa scelta risparmiò alle loro terre e alla loro gente guerra e sofferenza ma fece si che il nome dei Portalupo fosse più volte maledetto da tutti coloro che fino a poco prima essi potevano guardare dall’alto in basso.
La stirpe dei Portalupo non ha risposto alla chiamata della Lince e non sta marciando verso il Nord, ma solo le Tessitrici sanno quale ruolo essa avrà in questa storia...

 

I BARBARI

Gli indomiti figli di Altabrina, che le genti del Sud chiamano barbari, sono guerrieri e razziatori di incomparabile ferocia. Un popolo indurito dal freddo di inverni resi interminabili dalla fame, ultimi custodi di leggi più antiche della memoria, leggi che parlano di un tempo diverso, fatto di sangue e onore, orgogliosi della propria libertà. Quasi tutti i Clan di Altabrina sono ormai stati piegati dagli armigeri dell’Arcivescovo Clotario, costretti ad accettare le leggi di Re Edoardo. Tuttavia qualcuno ancora resiste. A volte piccole famiglie, altre volte Clan spezzati o guerrieri solitari. Tutti loro accorreranno alla grande adunata indetta dai Pitti della Lince, il cui esito appare incerto perché questi barbari non sono mai stati un popolo unito e forse mai potranno esserlo, divisi dal solco incolmabile di faide, lotte e delitti di sangue.

Le schiere del Lupo

“Morire con fierezza, se non è più possibile vivere con fierezza.”

Mentre uno dopo l’altro i Clan cadono sotto l’incedere degli armigeri dell’Arcivescovo Clotario, mentre i vecchi cantano tutte le antiche canzoni, per non lasciarne nessuna a venire sporcata dal tempo, mentre i presagi della fine volano sulle nere ali del corvo, i figli del Lupo resistono. Altea, la loro patria, è l’unica fra tutte le città di Altabrina ad ergersi ancora libera e fiera. Una libertà pagata a caro prezzo. Il capo del Clan del Lupo e quasi tutti i suoi guerrieri sono morti o dispersi, caduti sotto i colpi dei soldati del Re. Il destino ha posto il futuro del Clan sulle spalle di Brunilde, guerriera figlia di capi, e su quello delle sue compagne e sorelle di lancia. Al loro fianco ci sono anche alcuni guerrieri, per lo più giovani ancora non temprati dal sangue della battaglia ma anche veterani legati alla signora del Lupo, dalla colpa o dal fato. Riuscirà Brunilde a pretendere il rispetto dovuto a un capo, a costo di andare contro le tradizioni?

I Figli del Lupo da sempre si sentono superiori ad ogni altro clan, ed inoltre hanno mantenuto la libertà grazie al sangue versato dai loro fratelli, padri e mariti. Nessuno sa dire con che animo essi marcino seguendo il richiamo della Lince, ma in molti sono pronti a giurare che essi non vorranno schierarsi in nessuna alleanza. Non ne hanno bisogno.

I razziatori del Falco

“Prendete quel che potete e non date nulla in cambio”

Un tempo il Falco era il primo fra i clan di Altabrina, custode del Corno degli Spiriti, prima che la Lince lo sottraesse con astuzia. Era un clan di guerrieri votati al saccheggio, flagello delle coste e dei fiumi, un clan di predoni e razziatori, la cui brama e cupidigia a lungo hanno fatto tremare il Regno interno.

Ma quando tutto è iniziato, quando le armate del Re, ingrossate dalle fila dei Brumiani convertiti, hanno iniziato a dilagare per le valli di Altabrina, Falcobrando, la Voce dell’Inverno, capo del Primo fra i Clan, non ha potuto difendere la sua terra. Si trovava lontano, assieme a quasi tutte le sue schiere, nei deserti del Sud, in cerca di bottino e razzia. Ora che la guerra infiamma il Nord e la flotta del Re controlla saldamente i mari, Falcobrando non può tornare dal suo popolo. In molti dicono che nemmeno voglia farlo, certo della sconfitta.

Solo pochi guerrieri del clan, molti di loro giovani e senza esperienza, tornano in patria prima che sia troppi tardi. Li guida Nerobecco del Falco, pronto a reggere Altabrina nel nome di Falcobrando. Ma come cantano le profezie, i vincoli di sangue verranno spezzati, all’alba della fine. E così Nerobecco viene ucciso, si dice dai suoi stessi nipoti. Il Clan è senza una guida. Molte voci si alternano, molte mani ne vorrebbero tirare le fila. 

Cosa sarà del Falco, che ora marcia verso la sacra adunata, privo di un capo come una nave senza nocchiero in venti di tempesta? Combatterà per la gloria dei suoi antenati e del suo sangue, oppure cercherà con ogni mezzo di mantenere il ruolo di Primo fra i Clan? O, forse, i suoi guerrieri continueranno a fare ciò che in fondo hanno sempre fatto: razzia, saccheggio e pirateria?

I sette figli di Ardente del Cervo

“Ricadano sui figli le colpe dei Padri”

Quello del Cervo è sempre stato il più ricco e civilizzato fra tutti i Clan di Altabrina, capace di coltivare la terra e di commerciare solcando il mare o la strada del Re. I suoi guerrieri non vestono pellicce ma stoffe filate e indossano le raffinate armature provenienti dal Sud. Forse è per questo che Cervanera, moglie del capo clan, approfittando dell’assenza del marito, decise di arrendersi senza combattere davanti ai soldati inviati da Sua Maestà. 

Quando il suo sposo, Ardente, tornò al villaggio, cercò di radunare i suoi guerrieri perché si battessero ma essi non vollero seguirlo. Fu così che il capo del Clan del Cervo prese l’infausta decisione: per salvare il Nord sarebbe andato contro agli auspici, contro agli spiriti e alla paura, avrebbe fatto ciò che nessuno, dal tempo delle canzoni, aveva mai osato fare: indossare la Corona di Ferro che fu dei Re del Mare e ridare un sovrano al Nord.

Ardente, protetto dalla notte, andò così fino ad una radura sacra agli spiriti dove le figlie del fiume, vestali del Clan del Gufo, custodivano l’antica corona, perché restasse per sempre celata alla brama degli uomini. Ardente uccise le fanciulle e si diede alla fuga, stringendo fra le mani il freddo cerchio di ferro forgiato oltre il mare. Il Clan del Gufo chiamò a raccolta tutti i figli degli spiriti e bandì una grande caccia. Dopo giorni e notti di inseguimento Ardente fu infine raggiunto e ucciso. La corona, spezzata durante lo scontro, fu riportata al Clan del Gufo.

Quando i sette figli di Ardente seppero della fine di loro padre, si strinsero in cerchio e pronunciarono un solenne giuramento: avrebbero riconquistato la Corona di Ferro, loro legitimo pegno per diritto di sangue e non si sarebbero fermati di fronte a nulla. Si mormora che, come ebbero finito di scandire le parole della tetra promessa, nell’aria si udì la voce degli spiriti scagliare sui sette fratelli una terribile maledizione.

Nessuno sa quanto ci sia di vero in tutto questo, certo è che i sette figli di Ardente stanno marciando per seguire il richiamo della Lince e gli uomini del Nord non dimenticano mai un giuramento. 

I selvaggi rinnegati

“Non da mani tese si prendono i doni ma in punta di lancia”

Anche nel selvaggio Nord ci sono leggi. Leggi antiche come i monti e dure come la pietra, leggi di sangue e onore, di ospitalità e dovere. Chi, per colpa, volontà o destino, non può o non vuole rispettarle, deve scegliere tra la morte e una vita di viltà e disonore nel fitto dei boschi, dove si nascondono i reietti.

Il vecchio Wulfila è a capo di un gruppo, non un clan ma forse un branco, di questi rinnegati. Guerrieri selvaggi agli occhi degli stessi barbari, dall’incedere animalesco e dalle tradizioni cruente, incitati dalle parole di Maltena, una sciamana esiliata dal Clan del Gufo che conosce i segreti dei riti e del sangue.

Per sentieri nascosti, per caverne e foreste, le inquietanti schiere di Wulfila marciano per rispondere al richiamo della Lince. Nessuno può dire con quali intenzioni. Forse per mangiare il cuore dei loro nemici. Forse per togliersi dall’animo il peso che ogni rinnegato porta con se. Forse per la vita. Forse per la morte.

 

I MISTICI PITTI

Mentre la fierezza in battaglia e la forza sono appannaggio di tutte le popolazioni del grande Nord, i Pitti vantano un legame più stretto con gli Spiriti e le tradizioni. Più riflessivo e meno feroce, questo popolo non disdegna di far valere le proprie opinioni tanto con la voce che con la spada. Essi sentono in prima persona l’arrivo della fine e faranno tutto ciò che è necessario per evitare la morte di tutti i seguaci degli Spiriti. Tra di essi, due Clan si scontrano per decidere il futuro del Nord: Il clan della Lince, che ha deciso di accogliere le schiere di Brumiani in rotta e sfruttarli a suo vantaggio; e il clan del Gufo, i grandi custodi delle tradizioni e i più saggi tra gli sciamani, del tutto contrari all’arrivo dei brumiani pronti a calpestare le tradizioni e l’ordine mantenuti a fatica per miglialia di anni. L’antica legge è sempre di fronte agli occhi di questo popolo, essi ne sono i custodi e garanti, senza il loro intervento tutte le genti del Nord sarebbero condannate ad una fine terribile e disonorevole. Questo è il fardello di un popolo schivo e misterioso, dipinto con il colore di un cielo che, tremante, sembra sul punto di cadere.

Il Clan della Lince

“Colui che ha il potere di governare ne ha anche il diritto”

 Dalle profonde ed oscure foreste della Selva Fatata fino ai duri e innevati monti di Punta Artiglio, tutti i cantori conoscono l’infausta storia della  Lince, iniziata con il furto del Corno degli Spiriti, sottratto al Falco con l’astuzia, che causò il massacro di donne e guerrieri nella città di Altorivo da parte dell’avidità del Lupo. Tenendo sempre fresco nella memoria il ricordo dell’accaduto, i figli della Lince vivono con la costante consapevolezza di non poter sfuggire ai propri debiti, e che ogni azione debba essere compiuta con sicurezza e controllo.
Questo tiene a mente Manto della Lince, quando decide a malincuore di sacrificare la figlia primogenita per ingraziarsi gli Spiriti e garantirsi così il trionfo in battaglia contro Clotario. All’alba dello scontro per la vittoria della Lince però, il capoclan viene trovato morto accoltellato. È il fratello Artiglio della Lince a diventare il nuovo capo, e, su consiglio della tormentata Beldifiamma, la vecchia moglie di Manto, sceglie di rinviare il combattimento e di chiamare a raccolta tutti i Clan e le famiglie Brumiane dissidenti per organizzare la controffensiva.
Grazie all’innata abilità politica di Zanna della Lince e la saggezza dello sciamano Cuordivento, il Clan della Lince si sente l’unico in grado di guidare le schiere in maniera degna, e il sacrificio compiuto da Manto potrebbe sancirne la vittoria. Nonostante quasi tutti i suoi cantori non siano più in grado di sentire il potere degli Spiriti,  la Lince sa che il suo destino è quello di stringere il potere tra le mani, dopo troppi inverni passati a subire le angherie dei clan più forti, ma quanti saranno disposti a tradire le leggi che hanno giurato di onorare pur di adempiere a questo compito?

 Il Clan del Gufo

“La fede degli uomini dà forma al mondo”

 Come il loro animale guida, i  pitti del clan del Gufo vedono laddove i più brancolano nel buio. Sono i più attenti al canto degli Spiriti, ad esso legati quanto alla terra gelida e ricca che li ha generati. Sono depositari delle tradizioni e da sempre arbitri nelle diatribe tra altri clan. Erano i consiglieri più stimati di Altabrina ma i foschi presagi delle ultime stagioni hanno portato più di un uomo a dubitare delle loro visioni e dei loro consigli. Tuttavia Voce del Gufo, allievo di Albavento e riconosciuto come primo fra gli sciamani, non accetta che la sua parola venga messa in discussione. Il Gufo è da tempo immemore custode della Corona di Ferro degli odiati Re del Mare, ora spezzata dopo la profanazione ad opera di Ardente del Cervo: che nessuno la indossi mai più. A fianco di sciamani e cantori, nel clan vivono alcuni fra i cacciatori più abili di tutta Altabrina, il cui vanto è quello di sapere seguire le orme di prede antiche, come il silenzio, le ombre e le storie.
Poco interessato al potere politico, la mira principale del clan del Gufo è restare fedele al passato. Le tradizioni hanno un peso importante, sono il linguaggio con cui si sono sempre onorati gli spiriti; questo è ciò che conta e nulla deve cambiare, nonostante la misteriosa profezia che divide gli sciamani.

 Il Clan del Corvo

“Non suono d’arpa sveglierà i guerrieri ma il nero corvo.”

Nessuna canzone racconta del Corvo, nessuna saga ne canta le schiere, nessun cantore ne conosce il nome. Solo sussurri e parole masticate a mezza voce. Si mormora che lo spirito del Corvo si sia risvegliato da poco, sulle sponde del Cristallo, dopo un sonno più lungo della memoria dei monti. Si crede che, da ogni Clan, guerrieri, cantori e sciamani abbiano abbandonato la loro gente per unirsi alle misteriose schiere del Corvo, dagli occhi dipinti di nero. Si dice che, quando il Corvo spiegherà le sua ali, la fine dei tempi si abbatterà sul Nord.

 

Pazzi, solitari e veggenti

“I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi”

Nelle profonde foreste del Nord vivono ancora quelli che gli uomini chiamano misteri. Si racconta di tre fanciulle, le Tessitrici, custodi del fato di uomini e spiriti, oppure di un’enigmatica strega senza età, nascosta fra il buio degli alberi. Altri narrano di un guerriero dal nero destino che si aggira solitario ai margini di ogni campo di battaglia, mentre taluni ancora sostengono che no, niente di tutto questo è vero, e che nel fitto dei boschi si trovino solo pazzi e rinnegati...

 

Ispirazioni

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